Buddusò 

 

DOMUS DE JANAS

A 500 metri, a nord del centro abitato di Buddusò, vago come L’Eupili del Parini, nella regione « Ludurru », ricca di roccie, di mammelloni, di blocchi granitici, di siepi di pruni e di fìlirea, di cespugli di pungitopo, di alberi di rovere, di sughero e di piccole oasi di pascoli magri, si adagia, quasi a corona di un solatio cucuzzolo, un gran masso di granito. Si presenta con la sua figura selvatica, tozza e depressa, direi quasi schiacciante. Ha delle guglie informi quali furono offerte dalla natura, e canali a volute con dubbie tracce di percussione e di confricazione.

Tutta la massa, nella facciata anteriore, presenta tre sportelli che danno accesso a tre diversi ordini di camere, osile e loculi, a gruppi ben distinti. Sono tombe, sepolcri o luoghi funebri dell'età preistorica, chiamate dal popolo isolano: domus de Janas Furrighesos, Concheddas, Domos de Padas, ecc.

Tra i primi a dar notizia di questi antichissimi monumenti che rimontano all'età dei nuraghi e sono di grande diffusione in Sardegna, oltre il Lamarmora, furono il Bresciani nel 1861 e lo Spano nel 1864. Nel 1875 il Mantovani ne scavò alcuni prèsso la stazione preistorica di Osilo.

Il culto dei morti è una ispirazione primordiale che si mantenne immutata traverso le generazioni dall'età della pietra fino ad oggi. La percezione della realtà di una tomba, esercitava in quei tempi come adesso un fascino irresistibile. L'amore, l'affetto, la venerazione dei defunti prova la superiorità della razza sarda fino dalle epoche preistoriche. Come è vero che, a dir del celebre poeta inglese Browning, «là morte, con la potenza del suo raggio di sole, tocca la carne e sveglia l'anima», così è pur vero, come dice il Foscolo, che « quanto più ci ricorderemo delle persone perdute, e ci affliggeremo per esse tanto più impareremo ad imitare le lor buone qualità».

« Per l'uomo della materia, dice V. Hugo, tutto finisce sotto un metrocubo di terra» ma per i protosardi la tomba era il ponte di separazione fra il tempo e l'eternità. Sulle orme impresse dai trapassati su questo ponte, sostano e pregano i superstiti con la speranza di raggiungere una vita migliore in un eden di delizie.

« Pietoso ufficio è onorare gli estinti » dice Sofocle.

I nuragici perpetuavano la memoria dei loro morti con gli ipogei scavati, con fatica improba, nel duro sasso. Ne fanno testimonianza le Domus de Janas di Ludurru.

All'atrio del primo portello di sinistra si osserva una specie di tettoia ricavata dalla roccia. Ha la sporgenza di 80 cm. e la lunghezza di m. 1,55. L'Orsi notò una simile costruzione in un sepolcro di Thapsos, in Siracusa.

Il portello dell'ingresso che misura m. 0,83 per 0,45 è ornato di una cornice rilevata nello stesso calcare. Il primo vano a forno, con pavimentazione leggermente inclinata, ha il lato anteriore semicircolare e misura m. 2,85 per 4,15 con m. 1,85 di altezza. Il pavimento è solcato da piccoli canaletti per lo scolo delle acque d'infiltrazione. Sulle quattro pareti, liscie, quasi levigate si notano delle cornici sagomate eseguite con una sorprendente finezza d'arte e pochi resti di pitture a linee verticali parallele equidistanti che dovevano avere significato simbolico, connesso con il culto funebre.

Nel fondo di questa oscurissima caverna si accende una fiaccola che allo studioso rivela i più interessanti segreti.

L'arte è universale. Tra i miseri mortali, sparsi sulla faccia della terra, benché privi del minimo concetto d'una religione qualsiasi, non si è ancora scoperta una razza, per quanto remota dal più vicino centro di civiltà, che sia completamente priva di qualche forma di espressione artistica.  

L'arte con i suoi precetti che insegnano i mezzi e gli accorgimenti nei vari ordini di opere e lavori, è vecchia quanto la stirpe umana ed è parte dell'essere umano come i suoi occhi o le sue mani, come la sua fame o la sua sete. A questo proposito credo che torni molto opportuno riferire uno dei sorprendenti incidenti di tutta la storia dell'arte.

Verso il 1879, il marchese Sautuolo, spagnolo, visitò, per scopo di studio, la grotta di Altamira che è situata nei monti Cantabrici, nella Spaglia settentrionale. Era accompagnato dalla figlia di appena quattro anni. Costei, al par di tutti i frugoli di quella età, pensò di eseguire, diremo così, una piccola esplorazione per proprio conto. Per accedere alla sezione più buia di quel nascondiglio sotterraneo vi era un angusto pertugio dentellato. La piccola, ardita e scaltra, non durò fatica per entrarvi. Spinta dalla curiosità, sollevò in alto la sua lanterna e diede uno sguardo sospettoso tutto intorno. D'un tratto si scosse con uno scatto nervoso formidabile, tremò tutta di spavento, rabrividi, si mise a gridare con strilli disperati perché s'era trovata di fronte ad un toro che la guardava con occhi grifagni.

Il padre in orgasmo e tremante accorse subito in aiuto e così fu scoperta... la prima delle più remote pitture preistoriche. Il dipinto consisteva di linee di contorno graffìtte nella roccia, la superfìcie circoscritta, era stata spalmata con ossido di ferro, con ossido di manganese e carbonato di ferro.

Con questi tre elementi, risultati dall'analisi chimica, formarono i tre colori, rosso, azzurro e giallo che venivano mescolati con una materia grassa per renderli aderenti.

Quando il marchese ne pubblicò la notizia, alcuni archeologi, la giudicarono una montatura. Appena esaminata minuziosamente la pittura non esitarono a dire, trattandosi di un lavoro così pregevole, che non fosse stato eseguito da un selvaggio preistorico. ma bensì dal pennello di un assoldato artista di Madrid. Col tempo vennero scoperte elitre pitture con simili nella valle della Dordogne, nel mezzogiorno della Francia, nel settentrione della Spagna, nel tallone dell'Italia ed anche nell'Isola di Sardegna. Così l'onore e la reputazione dell'onesto Sautuola restò salvo.

II secondo nucleo di queste caratteristiche Domus de Janas, è costituito da tre cellette e una piccola nicchia atta a contenere oggetti e monili appartenenti in vita ai defunti o suppellettili funerarie. L'ingresso ha la forma quasi circolare del diametro di m. 0,43 ed è munito del solito canaletto per lo scolo delle acque d'infiltrazione. Le prime due celle, oggi ridotte a una sola per la demolizione della parete divisoria, misurano complessivamente m. 3x1,85, con un'altezza di m. 0,95. Al piede della parete un gradino, uso sedile continuato, corre tutto attorno su cui i cadaveri si collocavano in posizione di sosta, cioè seduli.

Le dimensioni anguste ed il tipo abbastanza semplice di questi ipogei racchiudevano le salme delle persone di fatica appartenenti alla famiglia del capo tribù. Nella lavorazione e nei particolari delle 4 celle del terzo nucleo ipogeico si scorgono chiaramente gli stessi caratteri delle altre tombe però il lavoro è eseguito con maggior cura e con una finezza d'arte meravigliosa. Qui abbiamo un tipo più armonico e più complesso costituito da una cella, da un'anticella e due locali, assai ben lavorati con porticelle a rincassi nettamente ritagliati nella roccia.

Dell’anticella rimane gran parte della volta con le pareti laterali, il resto è scomparso per la distruzione meteorica della roccia. Misura m. 3J 5x1,45 con m. 2 di altezza. All'angolo di sinistra si scorge un sedile quadrato, scolpito sulla roccia e nel centro del pavimento, a piano orizzontale, si ha una cavità cupelliforme regolare, di diametro decrescente dai 18 ai 7 cm. e profonda 5. Sono evidentemente fossette per libazioni ed offerte in cerimonie funebri. Simili bacinelle hanno riscontro, a tazza circolare, con quella scavata in una delle tombe esplorate nella necropoli di Bonorva, in regione Marti.

Un portello, a forma di cono tronco rovesciato di m. 0,57x0,65 immette nella seconda cella alla m. 1,75 larga m. 2,50 e lunga m. 2,63. Anche questa tomba, come le precedenti, non servì per una sola deposizione ed è probabile che appartenesse ad una famigia distinta di capo tribù di gente nuragica.

Sulla sommità di tutta la massa granitica si erge un monolito, in gran parte modellato dalla mano dell'uomo. Ha forma rettangolare, con profonda incavatura al disopra della base e termina con una vaschetta di m. 1,75x2,30, a piano inclinato verso il canale di scolo. Forse era l'altare su cui si immolavano sacrifici e si offrivano libazioni per suffragare le anime dei morti.

Il portello d'ingresso, ornato con una cornice rilevata nello stesso calcare, era forse, in origine, provvista di un lastrone mobile. Evidentemente questa chiusura robusta, doveva sbarrarsi dall'esterno con puntelli di legno fissati sul pavimento e assicurati con pietre. Per accedere alla prima cella, il lastrone si lasciava cadere in avanti e serviva di passaggio.

Qualche cella ha la volta quasi smantellata e le pareti solcate da screpolature multiple e profonde. L'opera distruttrice è dovuta all'azione del fulmine che ha causato anche vittime umane. Un onesto lavoratore di 76 anni, certo Giovanni Carta Canu, sorpreso da una forte acquazzone, cercò asilo sicuro tra quei meandri granitici e vi trovò la morte. Fu vittima del fulmine. Alcune celle sono ridotte ad uso di pagliaio.

Le dimensioni, il tipo delle tombe e la durezza della roccia in cui sono scavate mostrano di appartenere al secondo periodo della evoluzione delle tombe ipogeiche sarde, a quello cioè contemporaneo ai nuraghi, eretti nell'età avanzata del bronzo.

Questo aggruppamento di sepolture ipogeiche non sono state mai messe in vista da nessuno perché sfuggite agli studiosi.

La forma delle celle, le porte, il lavoro di scavo, richiamano le domus de janas consuete, però qui, lo sviluppo più grandioso di certi elementi decorativi mostra una continuazione di quanto appare già nelle tombe del periodo eneolitico. I primi germi di una arte primitiva, coronata da lungo e faticoso lavoro di scavo, assumono in questi ipogei, una dignità monumentale abbellita da elementi decorativi semplici che manifestano anche una superba affermazione di esperti artisti e di forza dominatrice.

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