Buddusò 

 

TOMBE IPOGEICHE

Nella regione Issile, densa di resti archeologici di alto valore, il viaggiatore che la percorre, tutto vede pensoso. A circa un centinaio di metri dal nuraghe omonimo si ammira una tomba ipogeica, una « domus de janas », scavata con grande impiego di lavoro nel duro granito, in mezzo a scogliere incise dall'erosione atmosferica. La imponenza del lavoro di scavo, in una roccia dura quanto il granito, ci fa pensare che la « domus » non appartenga al periodo eneolitico, ma sia contemporanea alle costruzioni nuragiche più grandiose.

Tombe simili furono trovate a Castelluccio in Sicilia, a Milatos in Grecia; altre, a forno, dell'arte micenea, si trovarono in Creta, presso Priniàs. La domus d'Iselle ha un'apertura ampia e ben lavorata, di forma rettangolare, e misura m. 1,06x0,80. Per mezzo di essa si accede ad un'ampia camera regolarissima, di pianta rettangolare a pareti liscie e soffitto piano, di m. 2,45x3,25, alta m. 1,78. L'ingresso è ornato di una cornice, rilevata nella stessa roccia sporgente cm. Era forse in origine, provvista di lastrone mobile. Un lastrone di chiusura, in calcare estraneo alla regione, innestata ai bordi dell'ingresso, nel 1904, si scoprì nella regione di Angbslu Ruju in Alghero. Un altro se ne trova ad Oddastra, territorio di Buddusò. La ampia camera, o « prodomos », aveva un significato solo rituale. Nel silenzio tombale di quelle pareti granitiche si pregava e si offrivano sacrifìci in suffragio dei defunti.

« Vita mortuorum in memoria posila est vivorum ». Anche nella memoria degli antichi sardi rimaneva incisa a caratteri indelebili, la vita dei loro trapassati. Le lagrime che si versavano sulle spoglie mortali di coloro che avevano pagato il tributo alla morte, erano salutari e abituavano l'animo a non dimenticare facilmente le virtù e la sacra memoria dei loro avi.

Nella parete prospiciente l'ingresso, per mezzo di due aperture, una ovoidale a sinistra, alta cm. 53, e larga cm. 46, e l'altra rettangolare a destra che misura cm. 53x82, entrambe praticate ad una certa altezza dal pavimento, si accede a due camerette accessorie, a forno, i cui fondi sono leggermente inclinati in avanti. La prima delle due celle misura m. 0,98x1,35, la seconda m. 1,53x1,55. Entrambe sono intercomunicanti.

L'attenzione resta colpita dalla grande ristrettezza delle celle dove si chiudevano i cadaveri e dalla difficoltà di spingere in avanti un cadavere per collocarlo dentro cunicoli, attraverso ad aperture dove passa a stento un uomo. La traslazione di una massa flaccida e pesante di una salma è diffìcile. Prima di metterla a posto, per essere più maneggevole, veniva imballata in modo da formare una massa ovoide. Tale usanza era diffusa in tutta Europa, nell'età neolitica. Gli scheletri di quell'età si trovavano sempre accoccolati, o rannicchiati, chiusi in uno spazio ristrettissimo, con le ginocchia che toccavano il mento, come risultò dagli scheletri di Orcomenos in Grecia, rinvenuti da F. Furtwangler e dall'Orsi in Pantalica. Comunemente si crede che venissero ravvolti o legati dentro un panno, oppure cuciti dentro un sacco di pelle.

A Sant'Ilario d'Enza, nella provincia di Reggio Emilia, il Chierici scoperse una necropoli, e portò gli scheletri intatti nel Museo di Reggio. Qui si può vedere che le braccia sono ripiegate in modo che le mani stanno sotto il mento, le ginocchia toccano i gomiti, ma le ossa della gamba sono tanto vicine al femore, e questo così fortemente piegato sul bacino, che certo un cadavere sciolto, o vestito coi suoi abiti, non può mettersi così rattrappito. Certo per mantenere le estremità in tale stato occorrevano una pressione ed una forza considerevole.

Tale usanza era diffusa in tutta l'Europa nell'età neolitica. Nelle tombe del continente italiano aveva carattere generale il rito dell'inumazione, però non mancano indizii dei seppellimenti secondari. Nella valle padana, a Remedello Sotto, in provincia di Brescia e a Fontanella di Casalromano, in provincia di Mantova, alcuni sepolcri, formati dentro fosse all'aperto, ci porsero prove non dubbie della deposizione di scheletri umani mancanti di parti o sconvolti dalle loro naturali connessioni, per modo che se n'è dovuto dedurre l'uso mortuario di conservare per molto tempo il defunto fuori della sepoltura definitiva, nella quale sarebbe poi avvenuta la traslazione delle ossa, quando queste fossero disseccate e cioè libere da ogni integumento molle e coi legamenti consunti. Del resto siffatto macabro rito era in auge fra le popolazioni delle Americhe poco prima della scoperta di quel continente e permane ancora nella Nuova Guinea ed in altre tribù non civili del mondo.

A Sgurgola, presso Anagni, in provincia di Roma, il Pigorini riconobbe che un morto appartenente all'età eneolitica è stato scarnito e tinto in rosso e che poi il teschio e parte delle ossa erano state ricomposte con seppellimento secondario dentro una nicchia scavata nel travertino. Gli eneolitici della Sicilia, non praticavano il costume della coloritura in rosso ma seppellivano nelle loro grotticelle artificiali non i cadaveri, ma gli scheletri.

Intorno al costume mortuario delle sepolture secondarie e dei riti che vi si associano, il prof. Colini ha diligentemente raccolto quanto si conosce in Italia e all'estero, così degli antichi popoli come di quelli selvaggi tuttora viventi e ne ha dato una copiosa bibliografia nel Bollettino di Paletnologia Italiana dell'anno XIX e XXIV.

Sulla parete destra del « prodomos » della tomba granitica di Iselle, è scolpito un piccolo armadietto ove si custodivano i vasi di offerta ai defunti. Nelle credenze religiose animistiche delle antiche tribù servivano non per il viatico nel trapasso agli inferi, ma per i bisogni realistici della vita eterna d'oltre tomba. Sulla parete posteriore della colletta di sinistra si apre un piccolo sportello rotondo del diametro di cm. 16 che da all'aperta campagna.

Questo particolare architettonico serviva ai morti perché potessero facilmente comunicare col mondo dei viventi. Anche gli antichi consideravano la morte non come un periodo di chiusura dell'esistenza, ma soltanto un intermezzo, un passaggio da una forma a un'altra dell'essere infinito.

Le «domus de jana» d'Iselle, opere d'arte funeraria, scavate a stento e con grande impiego di lavoro, attestano il culto dei morti dell'uomo primitivo che non poteva dubitare di un'esistenza futura, perché sentivano in sé la propria immortalità. Anch'egli giudicava l'anima come una facoltà vitale che la spada non può ferire, che il fuoco non può consumare, che le acque non possono macerare, che il vento di mezzogiorno non può essiccare.

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