Nella regione Issile, densa di resti archeologici di alto
valore, il viaggiatore che la percorre, tutto vede pensoso. A circa un
centinaio di metri dal nuraghe omonimo si ammira una tomba ipogeica, una
« domus de janas », scavata con grande impiego di lavoro nel duro
granito, in mezzo a scogliere incise dall'erosione atmosferica. La
imponenza del lavoro di scavo, in una roccia dura quanto il granito, ci fa
pensare che la « domus » non appartenga al periodo eneolitico, ma sia
contemporanea alle costruzioni nuragiche più grandiose. Tombe simili furono trovate a Castelluccio in Sicilia, a
Milatos in Grecia; altre, a forno, dell'arte micenea, si trovarono in
Creta, presso Priniàs. La domus d'Iselle ha un'apertura ampia e ben
lavorata, di forma rettangolare, e misura m. 1,06x0,80. Per mezzo di essa
si accede ad un'ampia camera regolarissima, di pianta rettangolare a
pareti liscie e soffitto piano, di m. 2,45x3,25, alta m. 1,78. L'ingresso
è ornato di « Vita mortuorum in memoria posila est vivorum ». Anche
nella memoria degli antichi sardi rimaneva incisa a caratteri indelebili,
la vita dei loro trapassati. Le lagrime che si versavano sulle spoglie
mortali di coloro che avevano pagato il tributo alla morte, erano salutari
e abituavano l'animo a non dimenticare facilmente le virtù e la sacra
memoria dei loro avi. Nella parete prospiciente l'ingresso, per mezzo di due
aperture, una ovoidale a sinistra, alta cm. 53, e larga cm. 46, e l'altra
rettangolare a destra che misura cm. 53x82, entrambe praticate ad una
certa altezza dal pavimento, si accede a due camerette accessorie, a
forno, i cui fondi sono leggermente inclinati in avanti. La prima delle
due celle misura m. 0,98x1,35, la seconda m. 1,53x1,55. Entrambe sono
intercomunicanti. L'attenzione resta colpita dalla grande ristrettezza delle
celle dove si chiudevano i cadaveri e dalla difficoltà di spingere in
avanti un cadavere per collocarlo dentro cunicoli, attraverso ad aperture
dove passa a stento un uomo. La traslazione di una massa flaccida e
pesante di una salma è diffìcile. Prima di metterla a posto, per essere
più maneggevole, veniva imballata in modo da formare una massa ovoide.
Tale usanza era diffusa in tutta Europa, nell'età neolitica. Gli
scheletri di quell'età si trovavano sempre accoccolati, o rannicchiati,
chiusi in uno spazio ristrettissimo, con A Sant'Ilario d'Enza, nella provincia di Reggio Emilia, il
Chierici scoperse una necropoli, e portò gli scheletri intatti nel Museo
di Reggio. Qui si può vedere che le braccia sono ripiegate in modo che le
mani stanno sotto il mento, le ginocchia toccano i gomiti, ma le ossa
della gamba sono tanto vicine al femore, e questo così fortemente piegato
sul bacino, che certo un cadavere sciolto, o vestito coi suoi abiti, Tale usanza era diffusa in tutta l'Europa nell'età
neolitica. Nelle tombe del continente italiano aveva carattere generale il
rito dell'inumazione, però non A Sgurgola, presso Anagni, in provincia di Roma, il
Pigorini riconobbe che un morto appartenente all'età eneolitica è stato
scarnito e tinto in rosso e che poi il teschio e parte delle ossa erano
state ricomposte con seppellimento secondario dentro una nicchia scavata
nel travertino. Gli eneolitici della Sicilia, non Intorno al costume mortuario delle sepolture secondarie e
dei riti che vi si associano, il prof. Colini ha diligentemente raccolto
quanto si conosce in Italia Sulla parete destra del « prodomos » della tomba
granitica di Iselle, è scolpito un piccolo armadietto ove si custodivano
i vasi di offerta ai defunti. Nelle credenze religiose animistiche delle
antiche tribù servivano non per il viatico nel trapasso agli inferi, ma
per i bisogni realistici della vita eterna d'oltre tomba. Sulla parete
posteriore della colletta di sinistra si apre un piccolo sportello rotondo
del diametro di cm. 16 che da all'aperta campagna. Questo particolare architettonico serviva ai morti perché
potessero facilmente comunicare col mondo dei viventi. Anche gli antichi
consideravano la morte Le «domus de jana» d'Iselle, opere d'arte funeraria,
scavate a stento e con grande impiego di lavoro, attestano il culto dei
morti dell'uomo primitivo che non poteva dubitare di un'esistenza futura,
perché sentivano in sé la propria immortalità. Anch'egli giudicava
l'anima come una facoltà vitale che la spada non può ferire, che il
fuoco non può consumare, che le acque non possono macerare, che il vento
di mezzogiorno non può essiccare.
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